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Consigli di lettura

Deus sive Natura

Eravamo chiusi in casa, costretti nella surreale quarantena che ci hanno insegnato a chiamare “lockdown”, quando gli amici della libreria Mondadori di Cosenza mi chiesero di scrivere un racconto su quanto stava accadendo, un po’ per esorcizzare il momento, un po’ per farne una parentesi creativa e raccogliere gli scritti di autori diversi in un’antologia.

Non ero per niente convinta. Non mi piaceva l’idea, cavalcata da molti, di affidare a un flusso di coscienza – un personale diario del disagio – le emozioni a fior di pelle che fluttuavano tra le quattro mura di quei giorni. Non mi piaceva ridurli a mera cronaca, didascalia del dolore; né evocare i grandi classici della letteratura apocalittica. Ci eravamo dentro con tutte le scarpe, mentre a me occorreva distacco, il giusto tempo per metabolizzare qualcosa di cui, forse, non avrei mai avuto voglia di parlare. In troppi lo avrebbero fatto meglio di me.

Poi, come spesso mi capita, una voce narrante cominciò a bisbigliarmi dentro. Era una voce inedita, persuasiva, sapeva esattamente come convincermi, imponendosi alla mia attenzione così come si era imposta a quella del pianeta intero.

E allora il racconto ha preso vita e oggi fa parte della raccolta Lantivirus, a cura di Francesco DE FILIPPIS per Edizioni Erranti. Ecco la versione completa.


Deus sive Natura 

Sono sempre stato un tipo tranquillo. Niente eccessi, niente desideri o aspirazioni particolari, nessun moto dell’anima. Mai una volta che mi sia posto domande più grandi di me, che si spingessero oltre il contorno definito del mio spazio vitale, malgrado bastasse poco. Quesiti esistenziali della serie “da dove vengo”, “che ci faccio qui”, “dove sono diretto” non hanno mai perturbato la placida sfera del mio quotidiano.

Sapere d’esser stato generato da questa o quella entità, per uno scopo piuttosto che un altro, non mi suscitava alcuna curiosità. Del resto, mi dicevo, se anche lo sapessi cambierebbe qualcosa? Potrei forse incidere sul destino mio o dell’universo?

Così mi limitavo a condurre un’esistenza piatta, avendo cura di non disperdere le energie, non già con l’intento di serbarle per un progetto più grande, di là da venire, quanto per semplice indolenza. In molti, all’epoca, non avrebbero esitato a etichettarmi parassita della società. Qualcuno ha l’ardire di farlo ancora adesso.

Niente scossoni, cambi di registro, colpi di scena. Lasciavo volentieri ad altri questo genere di evoluzioni: creature audaci, con spiccate manie di protagonismo e slanci vitali decisamente più ferini dei miei. Ero circondato da soggetti simili, lo siamo tutti.

Avevo imparato a conviverci: io non davo fastidio a loro e loro non importunavano me, non mi vedevano nemmeno, il che era un bene dati gli istinti selvaggi che guidavano il loro agire. I miei vicini, ad esempio, erano tipi schivi e taciturni che raramente capitava di incontrare di giorno, preferivano condurre i loro affari col favore delle tenebre, eppure bastava un niente perché il sangue gli andasse alla testa e colpissero a tradimento i più mansueti tra noi. Non so chi mi abbia dato la forza di viverci accanto così a lungo.

Devo ringraziare la mia codardia di allora se oggi sono qui a raccontarlo.

Taluni ricorrono alla legge del più forte per sopravvivere, gonfiano il petto, fanno la voce grossa, vantano amicizie importanti, sgomitano per farsi largo tra i propri simili; altri, invece, conquistano il loro posto nel mondo avendo cura di stare sempre un passo indietro, nicchiando nell’ombra in attesa del momento giusto per prendersi la propria rivincita. Io appartengo a questa seconda categoria, la stessa dell’uomo adulto bullizzato da bambino, del faccendiere che ordisce trame segrete, del funzionario pubblico che dal suo grigiore assurge a topos letterario, di un qualsivoglia figlio di doganiere e domestica che all’apice della propria ascesa arringa la folla dal balcone di un bel palazzo.

Non so dire con esattezza quando e come avvenne il grande salto, so solo che da un momento all’altro spiccai il volo verso una dimensione sconosciuta, che all’inizio mi atterrì; poi, col passare dei giorni, cominciò a risultare un poco più tollerabile, quindi confortevole, a tratti piacevole, fino a inebriarmi di un godimento totalizzante.

Ricordo però che in principio ci fu la rottura di un equilibrio.

All’improvviso quel microcosmo che mi era familiare, al quale potevo dire di essermi adattato se non addirittura affezionato, venne spazzato via dall’avanzata feroce del progresso. La mia casa fu travolta assieme alle comunità di individui che le gravitava attorno. Un’apocalisse. Ma si sa, ogni cambiamento epocale è preceduto da uno squasso di fondamenta, una perdita, uno strappo dell’anima che ci costringe a mutare nell’intimo e reinventarci. Lo capisce persino un essere insulso come me.

Di questa nuova vita, invece, la prima memoria che serbo è olfattiva. Non che abbia chissà quale fiuto, intendiamoci, ma il pizzicore che saliva dalle cataste variopinte di polveri, chicchi tostati, sementi, cesti di petali e frutti della terra; e poi ancora sangue fresco, carni frollate, combustibili, scarti in putrefazione; schiume, unguenti, scie di passaggio, farine lievitate e sfornate, liquori, glasse, olio bollente, tutto quell’esalare di sostanze che gonfiava l’aria aveva finito per stordirmi. Non ci ero abituato.

Mi staccai dal mio compagno di viaggio, nel quale ormai non ravvisavo alcun segno di vita, e presi a vagare nella moltitudine. Un affollamento mai visto prima: donne, uomini, vecchi e bambini camminavano fianco a fianco, vociavano, si scambiavano saluti e ogni genere di prodotti tra i banchi e sotto i teli dai colori sgargianti di quello che capii essere un mercato. Dovevo trovarmi al centro di una grande città, ma come ci ero finito?

Mi guardai attorno spaesato, senza sapere cosa fare né quale direzione prendere.

Gli sguardi si allungavano come fessure sui volti attorno a me e correvano oltre, noncuranti della mia presenza. Vagabondai per un poco senza meta, poi, a un passo dal cedimento, una donna di buon cuore si offrì di prendermi con sé. La seguii per strade sempre più anguste, nei bassifondi di quell’agglomerato senza fine, in un quartiere popoloso. La sconosciuta mi aprì la porta di casa, introducendomi al nucleo avvolgente della sua famiglia.

Fu là che per la prima volta mi sentii accolto per ciò che ero, senza barriere.

Vi restai il tempo necessario. Il vecchio patriarca, rannicchiato nel letto degli anni, prestò il petto canuto al mio volto bisognoso di nascondersi. Mi aprì le braccia come si fa con un figlio che si vuole allevare in seno alla propria saggezza e io gli stetti accanto sino all’ultimo respiro. L’ospitalità di quella gente semplice ebbe il potere di rinvigorirmi in poco tempo, tanto che decisi di tentare la mia strada nel mondo. A volte basta un rinforzo positivo, quello che a me era sempre mancato, per credere nelle proprie capacità e osare di volare alto.

Mi trasferii in un quartiere residenziale, il posto giusto per uno che intende saggiare le proprie potenzialità senza avere la certezza del successo.

Occorreva cautela: un conto è conquistare i deboli, schiere di derelitti pronte a riconoscere una forma di autorità persino a un essere privo di talenti come il sottoscritto, coi privilegiati è tutta un’altra storia. Sapevo che non sarebbe stato semplice ingraziarmi quelle cerchie, penetrare l’agio delle loro vite, i circoli esclusivi, gli aperitivi alla moda, il bordo dei loro bicchieri e delle loro piscine. Avrei dovuto sfoderare tutta la grinta di cui ero capace per trovarmi faccia a faccia con quelli che contano.

In fondo, che avevo da perdere? Nessuno mi conosceva, nessuno avrebbe potuto tracciare la mia provenienza né indagare il sostrato torbido che mi aveva visto nascere e proliferare, affinando ogni giorno di più le mie strategie pervasive.

Era quello il momento: dovevo giocarmi il tutto per tutto, perdio!

Alla fine ci riuscii. Trovai il grimaldello col quale scardinare quelle vite blindate, esercitando su ciascuno un potere senza precedenti. Mi compiacevo della facilità con la quale ero riuscito ad approdare alle feste più in voga e alle riunioni importanti, nelle stanze dei bottoni, a capotavola, sotto le lenzuola di questa e di quell’altra senza alcuno sforzo. Nessuno chiedeva della mia vita precedente, e sì che ero l’ultimo arrivato. Li avevo in pugno. Dirigevo le loro sorti come un burattinaio che tira i fili dei propri pupazzi: pendevano dalle mie labbra nel momento stesso in cui entravo a contatto con le loro.

Non pago del potere esattamente come chi, disavvezzo, se ne ritrova a piene mani e finisce per attingerne come a una droga, capii che avrei potuto osare di più, consumando nuovi luoghi e nuovi corpi nel tentativo di appagare la mia sete.

Presi a viaggiare da una contea all’altra, di città in città in modo sistematico, sospinto dalla smania di conquista che sentivo spandersi nell’aria al mio passaggio, come rugiada sui fiori. Ogni molecola del mio essere era pervasa dalla consapevolezza inebriante di chi non solo è padrone di se stesso, ma è chiaramente destinato a compiere grandi cose.

Ne ebbi conferma quando mi si accostarono le alte cariche delle istituzioni.

Il presidente temeva per il suo buon nome e per la reputazione stessa del Paese.

Avrebbe impedito con ogni mezzo che il mio nome varcasse i confini nazionali, non era concepibile che un signor nessuno fosse riuscito in poco tempo nell’impresa di tenere sotto scacco miliardi teste, giocando con la vita e la morte di un popolo che era suo esclusivo appannaggio. Fu allora che presi coscienza di quanto avrei potuto spingermi lontano, sulle tracce degli antenati di cui avevo sentito favoleggiare quando ero ancora un punto indistinto, coloro che in altre epoche e in condizioni meno favorevoli avevano tentato la scalata. Il mondo mi chiamava.

Lasciai la nazione prima che la fama mi precedesse, giocando d’anticipo. Ancora pochi giorni e la notizia della mia fuga, al pari dell’evasione di un pericoloso criminale, avrebbe destato allarme anche tra gli stati limitrofi. Naturalmente presi alcune precauzioni: mi spostavo in compagnia di persone sempre diverse, avendo l’accortezza di manifestare i segni del mio passaggio solo dopo aver raggiunto la destinazione successiva, col giusto margine di tempo tra un contatto e l’altro. Sorvolai confini di terra e di mare, in ogni luogo reclutai con cura i membri del mio sempre più vasto esercito personale.

Devo riconoscerlo, da solo non ce l’avrei mai fatta. Onore al merito dei corpi scelti, coloro che in modo più o meno consapevole hanno diffuso il mio verbo su tutta la terra: i silenti, i più subdoli loro malgrado, che avrebbero potuto essere smascherati ma nessuno si è preso la briga di farlo; quelli che combattendomi hanno finito per passare da questa parte della barricata; la cavalleria rampante dei capitalisti, dei produttori di consumo costi quel che costi, inetti, servi del potere per definizione, amministratori inadeguati e burocrati. Un ringraziamento speciale, medaglia al valore, alla fanteria sconfinata degli egoisti, alle retrovie degli irresponsabili e dei dissennati, che al grido solenne di “me ne fotto!” hanno esteso il mio dominio a ogni latitudine, senza pietà di amici e congiunti.

Il mio potere è fuori discussione. I grandi del pianeta, fior di presidenti che fino a ieri si trastullavano con droni, missili e armi di distruzioni di massa come bambini viziati cui è stato fatto dono di un nuovo giocattolo, oggi scendono a patti, chiedono udienza, prendono decisioni nel tentativo di prevedere le mie mosse e arginarne gli effetti. Alcuni di loro hanno iniziato a combattermi solo quando hanno capito che facevo sul serio, dopo avermi accolto come un insetto molesto da schiacciare a colpi di slogan elettorali. Li ho fatti ricredere e cacare nelle mutande, come quel tizio che voleva consegnarmi il suo gregge a mani basse, scambiandomi forse per un cane pastore. Solerte nell’allearsi con me, mi ha costretto ad accontentarlo: l’ho tenuto per le palle quel tanto che è servito a fargli capire chi comanda.

Perdonate le cadute di stile. Un tempo non avrei usato questo linguaggio, l’ho appreso dalla vostra civiltà arrembante, trovandomi a dialogare con chi non vuole sentire ragioni diverse dalle proprie. Ma la mia è la ragione di Dio, ossia la Natura.

Deus sive natura, direbbe Spinoza nel vano tentativo di spiegarvi il determinismo causa-effetto. La mia è la ragione al di sopra del Bene e del Male, direbbe Nietzsche, provando a rivelarvi il ciclo dell’eterno ritorno. Chi mi crede immorale, insensibile agli appelli accorati dei santi padri, non conosce la natura primigenia del mio nucleo, dalla quale discende la potenza distruttrice che ho in carico di dispensare. Sì, perché la mia è una missione.

Non era chiaro neanche a me all’inizio, ho preso coscienza poco a poco. Se prima agivo per istinto e poi per autocompiacimento, oggi sono mosso da profonda convinzione e senso di responsabilità. La mia è una causa santa, direbbe qualcuno, un’impresa senza precedenti, ammettiamolo. Se così non fosse non sarei letteralmente sulla bocca di tutti e i mass media non mi dedicherebbero titoli a caratteri cubitali, approfondimenti, talk show, prime e seconde serate.

Quanti sono in debito con me? A ciascuno ho concesso un briciolo di notorietà, una piccola rivalsa personale, l’agio di togliersi un sassolino dalla scarpa. Quanti ricercatori e scienziati ho riesumato dai fumi dei laboratori dove li avevate confinati?

Grazie a me la ricerca, questa sconosciuta, subirà una accelerazione.

Per ciascuna delle vite che soffoco senza pietà il pianeta tira un sospiro di sollievo, è bene che lo sappiate. Per ogni giorno sottratto alla vostra libertà di circolazione l’ozono ricuce i suoi brandelli; le piante crescono e si riprendono i loro spazi; gli animali si aggirano indisturbati e si accoppiano nei recinti della cattività in cui li avete rinchiusi; gli oceani vomitano la vostra immondizia e rigenerano il flusso delle correnti.

Dio, ossia la Natura, vi ridimensiona per mio tramite.

Sono l’unto e l’untore, il delitto e il castigo, la colpa e l’espiazione.

Sono tutto quello che avete creato, prodotto, diffuso, promulgato e allo stesso modo quello che avete annientato, rimosso, distrutto e avvelenato.

Sono i vostri pregi e i vostri difetti.

Non ero nessuno e voi mi avete posto sul capo questa corona.

 

Eliana IORFIDA

 

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