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Miscellanea

Viaggio sola. Storie di scrittrici viaggiatrici

Di seguito, un mio contributo integrale uscito sul numero di Pasqua 2021 di Mimì, inserto culturale nazionale del Quotidiano del Sud – L’Altra voce dell’Italia. 

 

L’eccentrica ragazza partì in solitudine alla volta di un Medio Oriente iconico, terra sperduta, le cui suggestioni ne avevano turbato l’immaginario dopo aver letto Viaggio nell’Arabia Deserta (1988), diario di viaggio di Charles Montagu Doghty, e ovviamente la copia de Le mille e una notte regalatale da una zia quando era ancora una bambina.

No, non è una nota autobiografica, come potrebbe pensare chi conosce il mio percorso di archeologa d’Oriente prima ancora che di scrittrice, benché la donna che descrivo sia stata di ispirazione per intraprenderne uno affine.

Il personaggio in questione, al secolo Freya STARK, era figlia di una coppia di artisti inglesi e all’inizio del Novecento si tuffò anima e corpo in un’esplorazione dell’Oriente degna di Lawrence d’Arabia. Armata di uno spirito d’avventura a dir poco inusuale rispetto alle coetanee aristocratiche e accompagnata per un tratto da un’amica fotografa, Stark ci trascina in terre lontane narrandole in un epistolario che stupisce ancora oggi per forma e sensibilità (Letters from Syria, La Vita Felice, 2014).

Un diario di viaggio molto diverso dai più noti resoconti coloniali e paternalistici cui si dedicavano i gentiluomini europei del tempo e, ancor prima, dalle gesta di un Grand Tour tutto al maschile che ha oscurato, aimè, le imprese coeve delle omologhe viaggiatrici.

A precederla ci furono infatti Anne-Marie du Boccage, Madame de Staël e la stessa scrittrice e filosofa Mary Shelley. Quest’ultima, letteralmente innamorata dell’Italia, ricorre alla figura dell’Anglo-Italicus, personaggio sospeso tra le due nazioni col nobile compito di istruire lo straniero sulle bellezze sconosciute.  

Se il racconto che Ann Miller fa del nostro Paese è talmente vivido da sembrare una vera e propria guida d’Italia datata 1770, per la vedova Hester Thrale il viaggio non è altro che una fuga in cerca d’amore. Se per la pittrice Elisabeth Vigée Le Brun (unica donna esterna alla corte che ebbe l’onore di incontrare la regina Maria Antonietta) il viaggio è esilio da una Francia in piena Rivoluzione, per l’architetto Elizabeth Webster è un mero espediente per assicurarsi l’affidamento dei figli.

Viaggiatrici curiose, intraprendenti, decise a dismettere la moda che le avrebbe volute tutte cipria e crinoline in favore di un richiamo seducente, un’eco che le proiettava nel mondo a testimoniarne la vastità.

Donne che hanno scritto pagine memorabili, dense di storia, paesaggi descritti in punta di penna, cronache di amori liberi ma anche intrighi, misteri e delitti consumati agli angoli di terre inospitali, oltre ai repertori romantici tratteggiati dal Bel Paese in giù.

Alle viaggiatrici del Grand Tour è dedicato l’omonimo volume di Attilio Brilli e Simonetta Neri (Il Mulino, 2020), opera che ha il merito di fare luce su un fenomeno che la storia ha sempre declinato al maschile.

Il Grand Tour al femminile abbraccia l’epoca compresa tra il 1757 e il 1845, che vide molte donne sottrarsi al ruolo di madri e mogli devote per andare incontro a un destino ben più ampio. Viaggiare, per una donna del Settecento, significava sfidare l’ordine costituito, tanto che il privilegio veniva concesso solo a coloro che soffrivano di una qualche “malattia di petto” che ne giustificasse la trasferta.

Carovana al seguito, la viaggiatrice portava con sé buona parte del proprio mondo e non solo in senso figurato: dalla carrozza guardaroba all’inseparabile bâton de voyage.

Non privi di pericoli, disagi e momenti di sconforto, i viaggi si prospettavano lunghi e impegnativi, ma non per questo fiaccavano il temperamento volitivo delle nostre eroine, vere e proprie “donne avventura” ante litteram.

Se già le viaggiatrici di Sette e Ottocento trovano nel viaggio la ragione del venir meno agli stereotipi costituiti, quelle di primo Novecento, come la nostra Stark, fanno propria una narrazione del mondo che attinge a un’inconsueta empatia, qualità ignota a gran parte dei narratori di sesso maschile.

Memorabili le lettere che Freya indirizza a sua madre da Damasco (Siria):

“Sentire, e pensare, e imparare – imparare sempre: questo solamente significa essere vivi e giovani nel senso più profondo. […] Spero di non sentirmi mai infastidita da idee non mie, di non giudicare il mondo, con tutti i suoi cambiamenti nella sua crescita, secondo una serie di formule congelate. […] Questa è la giovinezza, non una questione di anni”.

E ancora, da Brumana (Libano) nel 1928:

“Ci sono milioni di fossili sepolti, così che uno pensa più che mai che il Mediterraneo sia uno stagno dove i bambini del mondo cominciarono a giocare per primi ai pirati”.

Da quella culla primordiale di civiltà, Freya Stark portò con sé un’emozione profonda, che assunse i contorni di una certezza da condividere per iscritto.

Le viaggiatrici del Novecento escono dunque dai confini del Vecchio Continente e si spingono, sole, là dove neppure gli uomini osavano arrivare. Ai limiti delle terre esplorate verrebbe da dire pensando all’impresa di Nellie Bly (1864-1922), giornalista americana che riuscì a fare il giro del mondo in… meno di 80 giorni! Per l’esattezza 72 e una manciata di ore.

Con un ulteriore passo in avanti raggiungiamo un’altra paladina delle scrittrici viaggiatrici, riferimento importante del mio personale vissuto, che mi ha spinto in qualche modo a ripercorrerne i passi. Mi riferisco a “Lady Mallowan”, alias Agatha Christie, scrittrice e moglie del celebre archeologo Sir Max Mallowan, che conobbe proprio sul sito dell’antica Ur, in Mesopotamia.

Con la propria opera Christie contribuì fortemente ad alimentare il mito dell’Orientalismo novecentesco, narrazione alla quale concorsero figure quali il già citato tenente colonnello Thomas Edward Lawrence, meglio noto come “Lawrence d’Arabia”.

Del passaggio di entrambi serbava memoria il leggendario Baron Hotel di Aleppo (Siria), ai cui tavoli in perfetto stile Art Déco io stessa ebbi l’onore di prendere posto, in compagnia del mio taccuino di viaggio, nella speranza che lo spirito di Agatha mi ispirasse dalla camera 203 dove compose il suo capolavoro, Assassinio sull’Orient Express.

L’arredo consunto di quella leggendaria caffetteria raccontava ancora i fasti di un’epopea perduta, la stessa che vide antichi popoli di Levante scoprire per la prima volta la loro storia per mano dello stesso straniero che gliela avrebbe sottratta.

Nel Kurdistan siriano in cui soggiornavo, raccolsi con emozione le testimonianze dei più anziani: sul fondo dei loro sguardi lattiginosi c’era ancora traccia di una stravagante donna inglese che si aggirava tra le rovine con indosso un cappello a tesa larga e uno sgabello pieghevole sotto al braccio.

Memorie pionieristiche di viaggiatrici che sono veri e propri inni alla scoperta, alla curiosità vivace che si apre alla vita abbracciandone ogni manifestazione e che, mai come in questo momento, ci spronano a guardare oltre le barriere fisiche e mentali.

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