Miscellanea

Nel Giardino di Ninfa, tra genius loci e mecenatismo letterario

“Ecco Ninfa, ecco le favolose rovine di una città che con le sue mura, torri, chiese, conventi e abitati giace mezzo sommersa nella palude, sepolta sotto l’edera foltissima. In verità questa località è più graziosa della stessa Pompei, le cui case s’innalzano rigide come mummie tratte fuori dalle ceneri vulcaniche”.

Così Ferdinand Gregorovius, nelle sue Passeggiate romane, rende omaggio alla sorprendente vitalità di un luogo fisico, seppur rappreso nell’abbandono del tempo, i cui contorni sfumano nel metafisico. Varcare la soglia del Giardino di Ninfa, oasi protetta e monumento naturale a due passi dal borgo di Sermoneta, antico feudo della famiglia Caetani, nel comune di Cisterna di Latina, equivale ad affacciarsi alla porta di un vero e proprio giardino segreto. Luogo magico, abitato da entità palpabili, manifestazione inequivocabile di quello che gli antichi romani definivano genius loci.

Lo si avverte passando da un quadro all’altro – ché di spazi dipinti si tratta ­– ovvero, da un rampicante avvinghiato al proprio rudere, alle cascatelle d’acqua sul fiume Ninfa; dal vermiglio turgore dei melograni alla remissività del glicine, dall’ombra fitta e inespugnabile degli alti bambù d’Oriente alla levità del papiro, dai roseti alla magnolia stellata che si inchina davanti all’antico castello. Un giro del mondo fatto di essenze, profumi e colori capaci di convivere all’unisono, ciascuno entro il proprio spazio vitale ma in connessione con l’intorno e la mano dell’uomo, che in questo spicchio di verzura ha saputo realizzare una visione precisa.

L’antico abitato di Ninfa, il cui nome è tutto un programma, pare essersi raggruppato attorno a un isolotto lacustre dove sorgeva un tempio di età classica dedicato alle ninfe. Nulla di più che un piccolo centro agricolo in età romana. Nel XIV secolo il borgo contava però un centinaio di edifici e quattordici chiese, i cui resti sono parte integrante dell’odierno Eden di Ninfa, esattamente come i ruderi dei mulini, dei ponti e della cinta muraria che in origine correva per oltre un chilometro, intervallata da una dozzina di torri.

Fu Gelasio Caetani, tra gli ultimi discendenti della famiglia, che nel 1921 ebbe l’intuizione di trasformare il sito archeologico di Ninfa in una residenza estiva con giardino all’inglese. Sotto l’occhio esperto della madre, Ada Wilbraham, che aveva già realizzato l’Orto Botanico a Fogliano, Gelasio mise a dimora le diverse specie botaniche riportate dai suoi viaggi all’estero. Quando il testimone passò a Marguerite Chapin, moglie di Roffredo Caetani e madre degli ultimi due esponenti della stirpe, Camillo e Lelia, il Giardino di Ninfa divenne qualcosa di più che un semplice “divertissement” per pollici verdi.

Raffinata donna di cultura, mecenate, fondatrice e editrice di due riviste letterarie, oltre che esperta giardiniera, Marguerite aprì le porte incantate di Ninfa all’intellighenzia del Novecento, offrendo il proprio angolo di paradiso all’estro tormentato di scrittori, poeti, musicisti, pittori e compositori di ogni nazionalità. Le biblioteche europee e statunitensi conservano i preziosi carteggi intercorsi tra le personalità più in vista del panorama culturale e artistico dell’epoca: James Joyce, Igor Stravinsky, Paul Valéry, Pablo Picasso, Giuseppe Ungaretti e, ovviamente, Giorgio Bassani.

Quest’ultimo compose qui gran parte del suo capolavoro, Il giardino dei Finzi-Contini (Einaudi, 1962), immerso negli scorci ameni di un’epoca trascorsa eppure ancora così vibrante, gli stessi che, forse, furono di ispirazione per alcune tra le riflessioni più significative dell’opera, come quando si confessa: “Era il nostro vizio, questo: d’andare avanti con le teste sempre voltate all’indietro”.   

Quest’oasi benedetta ospitò Virginia Woolf e Boris Pasternak, autore de Il dottor Živago (Feltrinelli, 1957), che nell’abbraccio della “Pompei del Medioevo” ebbe di certo folgorazione per più di un passo letterario.

Verrebbe da chiedersi – me lo sono chiesta, passeggiando nel silenzio armonico di Ninfa, assorta in pensieri e parole che presto avrei impresso anch’io su carta – in che misura la dimensione più alta della bellezza, la lungimiranza di menti elevate, illuminate, di coloro che un tempo incarnavano l’essenza più autentica del mecenatismo, abbia potuto agire sullo spessore di un’epoca che appare lontanissima dalle miserie librarie e dai salotti d’opinione dei nostri giorni.

Il mecenatismo d’oggi, se tale lo si può definire, ricade sempre più spesso nella bolla della finanza privata a scopo pubblicitario, di marketing e lucro volti al mero accrescimento di un patrimonio più che a un’azione di scouting disinteressato. Così si tradisce l’antico precetto di “proteggere” e “servire” l’artista e, con lui, la Bellezza quale ideale sommo di riscatto degli esseri umani e dei luoghi.

Non tra questi roseti, per fortuna! L’ultima “ninfa” di Ninfa fu la contessa Lelia Caetani, giardiniera-pittrice che, sulle tracce di Monet, osò riprodurre in terra quanto le suggeriva il proprio sguardo artistico. Almeno così racconta l’attuale curatore del giardino, Lauro Marchetti, figlio di quel Marchetti che assieme a Desideria Pasolini dall’Onda, Elena Croce e Antonio Cederna fu chiamato, nell’immediato Dopoguerra, a intervenire sulle devastazioni del patrimonio culturale e paesaggistico della nazione, dando origine all’Associazione “Italia Nostra”.   

Artista di fama internazionale, dal temperamento garbato ma risoluto, Lelia Caetani ha incarnato i più alti valori dell’impegno umanitario e sociale della sua epoca. Le sue poliedriche espressioni creative furono il frutto di un contesto cosmopolita, scandito da viaggi e frequentazioni stimolanti. Un bagaglio che le consentì di affinare in via del tutto personale quei concetti di “natura custodita” e “arte immaginata” che ancora oggi emanano misteriosamente dagli anfratti di Ninfa.  

Lelia dipingeva un paesaggio interiore, visualizzato in primis con gli occhi dell’anima; poi si rivolgeva ai vivai, chiedendo che le venissero mostrati fiori che rispondevano, né più né meno, che alle tonalità di colore impresse nella mente al mutare della stagionalità. Non riesco a immaginare nulla che incarni così profondamente l’espressione “fare della propria vita un’opera d’arte”, alias, fare di un luogo fisico uno spazio onirico, meditativo.

In mancanza di eredi, dopo oltre settecento anni, alla sua morte si estinse il casato Caetani. Non prima però d’aver istituito, nel 1977, la Fondazione Roffredo Caetani, la stessa che oggi gestisce il Castello di Sermoneta e il Giardino di Ninfa, che è anche Parco Letterario e Oasi WWF, a sostegno della flora e della fauna locale.

L’ultima principessa di Ninfa ci consegna un lascito importante: la consapevolezza di un legame profondo tra lo spirito dei luoghi e le anime belle che li abitano, o vi transitano sia pur fugacemente, instaurando con essi un dialogo intimo, che si traduce in forme d’arte e incanto senza tempo.

A detta del The New York Times, il Giardino di Ninfa è “il più bello al mondo”. Personalmente non dispongo di sufficienti paragoni per attestare che lo sia, quel che posso testimoniare, dopo una breve visita, è che tra i rami di Ninfa aleggia un soffio ultraterreno. Si intravede il luccichio di un tempo sacro e perduto, quando alla creatività artistica e letteraria veniva riservata la stessa cura che a una semenza rara.   

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