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Miscellanea

Nei campi senza fiori

Di seguito, il testo integrale del mio reportage dai campi profughi palestinesi e siriani in Libano, visitati a settembre 2019 al seguito del Comitato “Per non dimenticare Sabra e Chatila”. Un estratto del reportage è stato pubblicato sulla testata “Il Vizzarro“. 

 

***

 

Non pensare troppo…tutto passa.

Così Bassam ha voluto accarezzare il mio sguardo perso oltre il finestrino del ritorno, sull’aereo che da Beirut ci riportava a Roma.

No, Bassam. Ci sono cose che non passano – ho risposto tra me – perché ti segnano l’anima con la cicatrice dell’ingiustizia e della disumanità, per poi lenirla con la tenacia di chi resiste, accoglie e combatte.

Ma Bassam lo sa bene: è stato il Virgilio, di un viaggio all’Inferno, al seguito del comitato italiano “Per non dimenticare Sabra e Chatila”, nato grazie all’impegno dei giornalisti Stefano Chiarini e Maurizio Musolino, entrambi scomparsi, che ogni anno porta ai familiari delle vittime e a tutti i profughi palestinesi in Libano un messaggio di vicinanza, sostegno e lotta politica.

Cosa sappiamo delle 3000 vittime del massacro di Sabra e Chatila, compiuto nel settembre del 1982 dai falangisti libanesi cristiani con il supporto dell’esercito israeliano, rimasto tuttora impunito?

Cosa significa vivere oggi in un campo profughi in Libano, ovvero in uno Stato di circa 10.000 Km quadrati che detiene 500.000 palestinesi e un milione di siriani ai quali sono preclusi i diritti fondamentali, come quello all’istruzione, alla sanità, all’esercizio di decine di professioni dalle più umili alle più qualificate, alla proprietà di un pezzo di terra e di una casa e, non ultimo, il diritto al ritorno nella propria terra?

Non lo raccontano la tv e i giornali italiani, né i media internazionali, servi di una propaganda pro-Israele che ci martella senza sosta.

Lo raccontano gli occhi delle donne che ci accolgono in casa loro con in mano le foto dei familiari trucidati, i disegni raccapriccianti dei bambini che vivono l’incubo della guerra, la puzza nauseante dell’immondizia per strada, lo strazio dei torturati che ancora riecheggia tra le macerie delle carceri, i muri e il filo spinato oltre i quali si intravedono gli ulivi: il sogno della Palestina libera.

– Sono fortunata – dice Jamila.

Gli occhi traslucidi, levigati come selce e incastonati nei tratti fieri del volto, raccontano il coraggio di una donna che ha guardato in faccia la morte e la tragedia umana per farne arma di riscatto, resistenza e speranza.

Jamila è una delle insegnanti della scuola del campo profughi di Chatila, zona sud di Beirut, fondata dall’associazione Beit Aftal Assoumoud (La Casa dei Figli della Resistenza), organizzazione apartitica e aconfessionale creata nel ’76 da Arafat e oggi guidata da Kassem Aina.

 

A differenza delle mie sorelle, ho avuto la fortuna di conoscere nostro nonno e ascoltare dalla sua viva voce i racconti che profumavano di Palestina, la terra negata che non abbiamo mai visto. Da piccola, attraverso le sue parole, riuscivo a immaginare le distese di ulivi e fichi ai piedi del Monte Carmelo, il sapore succulento dei loro frutti, la bellezza dei colori e del paesaggio che degrada fino al mare in pochi minuti di cammino. Oggi, i fiori di quei campi sono lavorati da una fabbrica israeliana di erbe mediche. Ci hanno strappato pure quelli”.

 

Jamila sogna ogni notte di tornare in Palestina, anche a costo di morire il giorno dopo: morirebbe felice, nella sua terra. A casa sua.

Il sogno di Jamila è il sogno di ciascun palestinese che lotta, resiste e combatte.

Un sogno lungo un esilio di 71 anni, che tiene in vita un intero popolo e si tramanda di generazione in generazione, come una chiave impastata di sangue.

Un sogno che si è stancato di essere tale e chiede a gran voce di trasformarsi in un diritto inalienabile: il diritto al ritorno.

Nessun bambino nato e cresciuto in uno dei 12 campi profughi libanesi ha mai accarezzato con lo sguardo il paesaggio punteggiato dagli ulivi di Palestina, non ha mai corso libero all’aria aperta – la freschezza del prato sotto ai piedi e le dita del vento tra i capelli – né ha bevuto l’acqua limpida e fresca dalle sorgenti del Golan, le alture impigliate nel filo spinato, oltre il muro della vergogna eretto da Israele.

L’infanzia nei campi è costretta tra muri di caseggiati fatiscenti, accalcati gli uni sugli altri in cerca di uno scampolo di cielo. Gli alberi, i fiori, i prati e le nuvole sono solo forme dipinte sulle pareti, al chiuso di una piccola aula scolastica; il parco giochi è un dondolo abbandonato alla ruggine e una pila di materassi sfondati sui quali simulare un tuffo nel blu.

Sotto le suole, cumuli di immondizia, ratti, scoli di fogna, escrementi, blatte e asfalto putrido che si insinua negli slum dell’orrore, segnando percorsi angusti: veri e propri “sentieri di nidi di ragno”, dalle traiettorie partigiane.

Sopra le teste, un intrico di fili elettrici scoperti, conduttori di contrabbando, ché neppure la luce è un diritto da queste parti: lanterne di carta colorata oscillano da un capo all’altro, festoni fuori luogo in una matassa elettrica che, ogni mese, frigge vite di passaggio, insignificanti e sconosciute al mondo di là dal muro.

È stata proprio la luce a portare il massacro nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila, in una notte di settembre del 1982.

– Non si era mai visto il campo illuminato a giorno a quel modo. Sembrava una festa – racconta Shahira. Un sorriso amaro le attraversa il viso, scolpito dalla stanchezza solenne della vera matriarca.

 

I bambini correvano per strada felici. Mai prima di allora avevano visto la luce nel campo”.

 

L’esercito israeliano e l’ambasciata del Kuwait lo illuminavano dall’alto delle rispettive postazioni, facendo luce alle milizie falangiste libanesi che si addentravano tra i vicoli per compiere una pulizia etnica senza precedenti, casa per casa, col beneplacito delle forze straniere presenti sul territorio: dal 6 di giugno, infatti, l’invasione israeliana del Libano nota col nome beffardo di “Operazione Pace in Galilea” aveva svuotato i campi di uomini e combattenti, ai quali, su richiesta degli stessi palestinesi, si erano sostituiti a protezione i carri armati francesi e italiani.

Eppure, la notte del massacro, nessuno vegliava sull’incolumità di donne e bambini.

 

Avevo un neonato di quindici giorni tra le braccia. Mi affacciai sulla soglia e vidi mio padre riverso sulle scale con un proiettile in fronte, assieme a mia sorella, ai miei fratelli e a mio marito. Sono riuscita a scappare e raggiungere il Gaza Hospital”.

 

L’ospedale che diede rifugio e primo soccorso ai feriti dei campi era un’eccellenza del Libano. Oggi è solo “l’inferno”, il dormitorio in cui centinaia di disperati convivono in poche manciate di metri quadri.

Ai piedi del Gaza Hospital, un mercato di frutta e verdura, anche queste di contrabbando.

Forse provengono dalla Palestina, la terra preclusa che l’invasore mette a frutto privando dell’acqua gli stessi palestinesi: gli ultimi “guardiani degli ulivi”, come li definisce qualcuno. Quella terra si può solo sfiorare con lo sguardo dal confine meridionale del Libano, là dove il muro la trancia in due, come un melograno.

La si scruta dall’alto, col nodo in gola, come fa il giovane Samer e tanti altri esuli come lui, che quella terra possono solo bramarla da lontano, con gli occhi gonfi di pianto e la bandiera palestinese tenuta stretta nel pugno.

Bella la Palestina, come una donna violata in attesa di giustizia; come le mogli, le figlie e le madri che, puntualmente, aprono le porte delle loro case a chi attraversa il Mediterraneo “Per non dimenticare Sabra e Chatila”, né la battaglia per il diritto al ritorno di un popolo alla propria terra.

Sono loro che accolgono, nutrono, tengono assieme i pezzi, raccontano, rammendano, istruiscono, combattono e credono.

– La mattina dopo tornammo al campo in 15, tutte donne – una nota di orgoglio colora la voce spezzata di Jamila.

 

Scavammo tra le macerie, tirando fuori i corpi dei nostri cari squartati come bestie, dal collo all’inguine. Ci occupammo dei bambini che chiedevano tutto e non avevano niente, neppure un goccio di latte. L’onore e l’onere di essere donna”.

 

E accanto alle donne, gli anziani.

Hassan ha 92 anni, la pelle come carta velina sulle ossa; lo sguardo liquido, consunto, eppure irriducibile. Aggrappato alla vita per il filo sottile dell’attesa, vaga tra la gente con in mano un album di fotografie: il bel giovane dai capelli folti è suo figlio, disperso nell’oblio di quella lunga notte.

 

Ho perso da poco anche mia moglie, viene spesso a farmi visita in sogno. Dice di lasciare la porta aperta, ché il nostro Jamal tornerà, prima o poi.

 

Ciascun ricordo attende giustizia, perché i campi abitati dagli ultimi – dai guardiani degli ulivi – sono quelli in cui fioriscono resistenza e dignità.

Così il sogno proibito del ritorno non è più solo un diritto: raccontare la Palestina, evocare l’anima e la presenza tangibile di una terra che continua a esistere oltre il confine, è allo stesso tempo un dovere e un atto d’amore.

Resistere è amare. Amare è resistere e sopravvivere.

Non c’è Stato al mondo né risoluzione disattesa in grado di negare ai palestinesi il diritto di difendere la propria identità, la propria cultura e la propria terra: la Palestina scorre ogni giorno nelle vene del suo popolo.

Foto di Iskandar SIDARI FRANCO.

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