Miscellanea

In viaggio sull’Orient Express: quando l’intrigo è un lusso

Pronti a riportare indietro le lancette del tempo? Ci siamo appena lasciati alle spalle gli “anni ruggenti” e il Vecchio Continente viaggia su treni iconici, dai nomi evocativi, con carrozze di prima classe rivestite di lusso e malinconia. Treni che non hanno alcuna necessità di sfrecciare tra una città e l’altra per stare al passo coi nostri psicodrammi, ma arrancano stridendo in una dimensione parallela.

Un tempo dilatato – lusso anche questo – quasi un invito a consumare a bordo incontri licenziosi, che si esauriscono in uno sbuffo di locomotiva; chiudere trattative all’ultimo penny e, perché no, commettere un delitto nottetempo, tra il vagone ristorante e il passaggio instabile da una carrozza all’altra, certi che la discesa nella stazione successiva lascerà impunito ogni misfatto. A meno che sul treno non stia viaggiando anche il detective Hercule Poirot. Lui sì, potrebbe irrompere da un momento all’altro nel nostro scompartimento e interrogarci per l’intera durata del viaggio, da Venezia a Istanbul, ultima tratta del percorso, facendoci ammettere l’inconfessabile.

Montati a bordo all’alba, tra le brume della Serenissima, affidiamo il baule a un facchino dai guanti immacolati e ci ritroviamo in compagnia di una piccola moltitudine: dal comfort damascato della prima classe alle panche spoglie della terza, sono centinaia i passeggeri in viaggio già da diverse ore, se non da giorni. Perché il viaggio sull’Orient Express è un itinerario per tappe che attraversa mezza Europa, da Ostenda a Costantinopoli, come ci racconta Graham Green ne Il treno per Istanbul (1932) da poco ripubblicato per Sellerio, ancor prima che l’amata Agatha Christie, alias “Lady Mallowan”, dal nome del marito archeologo, Sir Max Mallowan, ci rendesse complici del suo Assassinio sull’Orient Express (1934).

Quello che ci attende è un viaggio nel tempo e nella letteratura, immersi nostro malgrado nelle atmosfere languide e fumose di un’Europa inconsapevole di sé, orgogliosamente divisa, fiera d’essere uno scacchiere di nazioni polveriera, in mezzo alle quali anche il Rapido Ostenda-Costantinopoli può trasformarsi in un convoglio di ambiguità, se non addirittura in un lasciapassare per pericolose menti sovversive. Il treno vive di vita propria, lo notiamo subito. Come un formicaio, un alveare o un libro fatto di ferraglia anziché di carta e inchiostro, dove ogni vagone corrisponde a un capitolo di umanità in movimento, più precisamente in moto immobile, così che i personaggi/viaggiatori sono alla mercé dello scrittore/conducente, esattamente come un deus ex machina che li sospinge verso un destino comune, incapaci di sfuggire gli uni alle vite degli altri, almeno per la durata del viaggio.

È così che il nostro scompartimento, vero e proprio salotto su rotaie, diventa il punto d’osservazione privilegiato su un’umanità colta nel suo momento più dolente: un attimo prima del baratro nazifascista. Spaventata, insicura e tragica, quella di Green, che ripara sul treno per sfuggire al freddo del paesaggio innevato e ai propri drammi; altezzosa, decadente e disperata quella di Christie, che sullo stesso treno trova giustizia e liberazione da ogni colpa per mano del sagace detective Poirot.

Passando per le parabole discendenti delle città di Colonia, Norimberga, Vienna e Belgrado, facciamo posto ora all’esile Coral Musker, ballerina di varietà senza speranza di riscatto (Green), ora alla principessa Dragomiroff, col fazzoletto di batista che reca incisa l’iniziale in cirillico che la tradirà (Christie). I destini dei personaggi si intrecciano, in entrambi i romanzi, fra lo stridere delle rotaie, le fermate nelle stazioni e i tempi sospesi sull’orlo di un precipizio, quello che attende la rovinosa caduta delle loro vite e della loro epoca.

“Si domandò di sfuggita se quell’uomo non fosse stato sfiorato da qualcosa di drammatico, da qualcosa di sfinito e perseguitato, una di quelle faccende che poi vanno a finire in un romanzo”.

Dice Green, per bocca del commissario di bordo.

L’aria di fredda efficienza nel suo modo di mangiare e di chiamare il cameriere perché le portasse altro caffè testimoniava una profonda conoscenza del mondo e dei viaggi […] – Amico mio, per carità, dica qualcosa! Dimostri che l’impossibile può essere possibile! – Bella frase, questa, mio caro Bouc! – approvò Poirot – L’impossibile non può essere accaduto; quindi l’impossibile deve essere possibile, nonostante le apparenze”.

Gli fa eco Christie, in uno dei suoi acutissimi dialoghi.

La moda del cosiddetto “Orientalismo”, deprecato negli anni ’70 del Novecento nell’omonimo saggio di Edward Said, viaggiò anche sui binari dell’Orient Express, sfociando nello strumento attraverso il quale l’Occidente ha esercitato e perpetrato la propria influenza coloniale sull’Oriente, producendone rappresentazioni stereotipate, distanti dalle realtà. Alla creazione di questo fascinoso immaginario concorsero ampiamente le penne citate. Basta ricordare che il Baron Hotel di Aleppo, in Siria, ai cui tavoli in stile Art Déco io stessa ebbi l’onore di prendere posto durante la mia stagione da archeologa, serbava ancora intatto l’arredo della camera 203, dove Agatha Christie compose il capolavoro.

Da ultimo, Ian Fleming e il suo James Bond, alias Agente 007, hanno esercitato la “licenza di scrivere” ancora una volta a bordo del mitico Orient Express. L’itinerario Dalla Russia con amore trova il suo tragico epilogo proprio sul Rapido che da Istanbul è diretto a Parigi, in direzione opposta, designato dalla letteratura mondiale quale scenario prediletto per ogni fine tragica, avvolta nel mistero.     

L’Orient Express esercita il fascino della messa in scena teatrale. Palcoscenico e luogo letterario per antonomasia, dove l’intreccio sorprendente delle vite individuali si amalgama al caso e alla Storia, alle passioni carnali e ai grandi ideali: ballerine, giornalisti, nobildonne, detective, agenti speciali, balie, eroi nazionali, criminali in fuga e gente comune legata da nulla e da tutto, esattamente come nella vita reale. Un treno che nella narrazione di Green si muove con l’efficace effetto della macchina da presa:

Una luce morbida inondava gli scompartimenti. Per un momento sarebbe stato possibile credere che il sole fosse l’espressione di qualcosa che amava gli uomini e per loro soffriva. Le creature umane galleggiavano come pesci in un’acqua dorata, libere dal peso della gravità, volando senz’ali né trasporto in un acquario di vetro. Visi imbruttiti e corpi malfatti venivano tramutati, se non nella bellezza, per lo meno in forme grottesche, forgiate da un affetto beffardo. Su quel flutto dorato salivano e scendevano, mormoravano e sognavano. Non erano imprigionati, perché durante l’ora dell’alba non avevano coscienza della propria prigionia”.

Segmenti di esistenze tessuti in una trama fitta, come piace a noi lettori/viaggiatori, che sull’Orient Express, piuttosto che sulla Transiberiana, ricerchiamo ancora il guizzo di un mondo sconfitto nella realtà ma trionfante nella letteratura. Un mondo fatto di dimore mobili, vagoni letto e ristoranti avvolti nelle luci soffuse e nelle note allegre di un’orchestrina dal vivo, capace di dissimulare i mali di un’Europa che ancora ondeggia tra buio e gelo.

Inaugurato nel 1883 dalla Compagnie Internationale des Wagons-Lits sull’itinerario che collegava la Gare de l’Est di Parigi a Istanbul, l’Orient Express è tornato a viaggiare più lussuoso di prima. Un privilegio per pochi, a bordo del quale, se si presta orecchio con attenzione, è ancora possibile cogliere una voce tenue, velata da un grammofono, che dice: “Sì, adesso ricordo. È il destino”.   

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