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Miscellanea

Essere o non essere “scrittrice calabrese”?

Questo è il dilemma. Non l’unico, in realtà, sul quale di recente e in modo del tutto inedito la costellazione letteraria della mia regione gravita, si avvita, si svita e, talvolta in modo maldestro, si offusca in nebulose di dubbia consistenza.

La “questione di genere”, ultima in ordine di tempo, è infatti preceduta dalla madre di tutte le questioni, il dilemma dei dilemmi, quello che a noi scrittrici e scrittori calabresi non ci fa dormire la notte: esiste una letteratura calabrese? Esiste una nuova narrazione della Calabria? Siamo sicuri che sia proprio nuova nuova di zecca? E se lo scrittore calabrese vive al nord? E se vive in Calabria e scrive di Timbuctù “vale” lo stesso o deve spogliarsi dell’ambita etichetta? E se si scopre che lo scrittore, in realtà, è una scrittrice? No, questo problema non si pone, dice qualcuno, scrittrici calabresi per fortuna non ce ne sono. 

Mi si conceda l’ironia, funzionale a riprendere l’argomento in modo costruttivo, così come hanno saputo fare proprio due scrittrici calabresi (a quanto pare, esistono!), Daniela Grandinetti e Annamaria Persico, nell’incontro che, mutuando il titolo dalla celebre opera di Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, ha avuto il merito di “far uscire dalla stanza” le tante voci di autrici che hanno aderito all’iniziativa…la prima “nel suo genere”.

Un confronto aperto, vivace, composito, nel quale a un certo punto, però, non mi sono più ritrovata. Qualcosa turbava esattamente la mia sensibilità di scrittrice calabrese, o meglio, l’aristotelica categoria dell’essere – nello specifico sesso e appartenenza geografica – che, a tratti, sentivo di dover rappresentare. Sgattaiolando fuori dalla stanza, capivo che la “questione di genere” è anche “questione generazionale” e che se la si applica alla letteratura o a qualsiasi altra forma artistica e creativa, si è perdenti in partenza.

Così mi sono chiesta – e ho chiesto alle mie interlocutrici – se esiste un modo per riconoscere una composizione musicale femminile da una maschile, una scultura, un quadro, una fotografia che faccia capo a un sesso o all’altro. Un autore omosessuale deve necessariamente scrivere di omosessualità per poter essere incasellato nello scaffale “gay” o “transgender” di una libreria “di genere”?  

E qui torniamo alla lana caprina, la stessa pidocchiosa lana nella quale cresce la matassa della “calabresità” e della smania di autoetichettarci perché è vero, noi scrittrici e scrittori calabresi ci sentiamo inferiori e marginali, come notava Pasolini; perché vogliamo essere certi di corrispondere esattamente a quanto ci si aspetta da noi, dunque scriviamo e pensiamo “in qualità di”.

La scrittura risponde a un solo imperativo: non tradire il lettore e non tradire il proprio personaggio. Fare buona letteratura significa essere credibili e universali, nient’altro. Questo imperativo ha guidato la mia penna nel tratteggiare Aidha e la sua ricerca di femminilità tra le pieghe del matriarcato mediterraneo; lo stesso imperativo mi ha fatto incassare i segni della violenza militare e fare l’amore con una donna diversa ogni sera mentre ero Antar. Perché sono stata Aidha e Antar, donna e uomo, calabrese e siriana, fiorentina, palermitana e poi ancora calabrese, riscoprendo piccoli racconti di famiglia; perché ho “scritto col latte” ma anche con lo sperma, col sangue, con la terra e l’acqua di mare e non mi sono mai posta il problema della brevità o della “lunghezza”…almeno questo, lo lascio volentieri agli scrittori.

La mia prossima storia ha una protagonista donna ed è ambientata in Calabria, lo anticipo: è una nuova narrazione della Calabria, almeno per me.

Sono una scittrice calabrese? Sì, lo sono.

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